top of page

 

LE ROVINE DELLA SOSPENSIONE

Testo di Carola Allemandi

 

La fotografia di architettura e di paesaggio urbano ha avuto, nel corso dei decenni, l’esatto compito di suggerire l’esperienza dei luoghi, rendere la percezione spaziale che, vivendoli e guardandoli, condiziona il loro intimo significato, ne crea il loro futuro ricordo. Vivere un luogo, però, implica non solo l’atto ricettivo del guardare, ma coinvolge il corpo nella sua totalità - prendendo in prestito Thoreau - in quello attivo del camminare. Le immagini scattate a Cuba dal fotografo torinese Piero Ottaviano, allora, in questo senso rappresentano l’apice di tale unione: lo sguardo è reiterato in un unico, lungo cammino, svolto in un piano sequenza che si direbbe interminabile. Barrio San Leopoldo, in parte costeggiato dal leggendario Malecón, ci si svela sezionato nelle battute lunghe che il formato panoramico scandisce. Non è solo il poter vedere a fuoco ciò che nella realtà coglieremmo solo con la coda dell’occhio, né il rigore che per sua natura l’architettura impone al fotografo (immediato pare il riferimento a Basilico): il realismo degli edifici è evocato negli scatti da quel particolare mutismo a cui il tempo, quando fermato nel suo scorrere, impone alle cose grandi: le scalfiture sulle magnificenze Art Déco, il carattere propriamente residuale, quasi fossile, degli esterni di luoghi si direbbe abitati solo molto tempo fa, parlano la lingua di un abbandono soltanto apparente, che Ottaviano ascolta sul ciglio della strada di fronte, o in mezzo alle vie cadenti del Barrio. La sottile ironia che, pur senza mirino, l’occhio panoramico della macchina fabbricata da Giorgio Jano e consegnata alle mani di Ottaviano riesce a cogliere, è presente in quell’”America” ridotta a insegna luminosa, spenta di giorno, attorniata dall’indifferenza di un popolo troppo lontano, ormai, dal suo significato. Questo particolare, forse, fa tornare in mente il lavoro Km 0,25 di Luigi Ghirri, anche lui fotografo in cammino rivolto alle insegne che si susseguono in un solo pezzo di strada modenese: il metodo apparentemente neutrale e documentativo permette di considerare un tipo di fotografia attenta a ogni fase del percorso che la genera, e che crea nello sguardo il senso complessivo di dove è stato condotto. Così l’aspetto generale del quartiere cubano assume una propria vitalità nonostante la latenza dei suoi abitanti, comparse fatue in appena una manciata di immagini, rappresentanti ignari di una storia che, emarginandoli, li ha resi protagonisti di un’epopea a se stante. Tra le ultime fatiscenze del colonialismo si consuma la lenta vita cubana; il mare in lontananza, le braccia conserte del “palomar” sono gli incontri che i passi fanno addentrandosi nell’archeologia naturale del Barrio, tra le rovine della sospensione. Il cammino di Ottaviano, più che le fattezze del percorso - articolato solitamente tra una partenza e un arrivo, a volte una finalità - assume quelle del vagabondaggio puro in una dimensione che non si riesce - e non si potrà mai - conoscere realmente, ed è per questo che la fotografia, quando non è assoggettata a meri intenti di conoscenza e di scoperta, genera quella memoria autentica soggetta al caso che la stimola, ai paesaggi in cui capita di trovarsi all’improvviso dopo l’inciampo. Il vagabondare di Ottaviano ci fa svoltare pochi angoli, sempre ci fa girare la testa e il corpo per rimanere frontali alle facciate che, da sole, compongono nelle loro disunioni un mosaico complesso e variegato di stili e di interiora edili. La gente non lo sa: che attorno a sé vive qualcosa d’altro dell’umano, incastonato tra i mattoni rimasti intatti sebbene deperibili, come le persone stesse, come i frangenti di immobilità in cui l’occhio del fotografo ancora può vagare, e di cui ancora siamo resi testimoni. 

 

 

Carola Allemandi

bottom of page